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"Da bere al meglio tra il 2030 e il 2048"

Tutti gli amanti del vino, e anche molti altri, avranno sicuramente letto del grandioso riconoscimento che Wine Spectator ha concesso poche settimane fa al nostro Supertuscan di riferimento, Sassicaia 2015. Indipendente da quello che si può pensare del vino, è un prestigioso e lusinghiero giudizio, dato da un magazine dal respiro internazionale ad un prodotto che ha aiutato tanto il vino italiano nel mondo. Premesso che mi è già capitato di assaggiarlo un paio di volte (lascio da parte il mio giudizio a riguardo non essendo rilevante per la trattazione di oggi), vorrei condividere con voi le note di degustazione pubblicate da Wine Spectator:


Wine spectator

97 Points, Bruce Sanderson, Wine Spectator (WS #1 wine of 2018):"Top 100 Wines of 2018" "Rich and concentrated, this red features black currant, blackberry, violet, mineral and spice flavors. Dense yet lively, structured yet impeccably balanced, with vibrant acidity driving the long, fruit-filled aftertaste. The oak is beautifully integrated. Cabernet Sauvignon and Cabernet Franc. Best from 2023 through 2042. (5/16/18).


Tutto normale, no? Bene. Vorrei attirare la vostra attenzione su quella che non è, badate bene, l’aspettativa di vita massima del vino, ma quella che viene considerata come la fase migliore per il consumo, ovvero il famigerato “BEST”, per trovare quindi il vino, in condizioni ideali di consumo.


Sono perfettamente convinto che un vino come il Sassicaia 2015 possa arrivare in “drinking conditions” a un invecchiamento tale. Quello su cui non concordo assolutamente è che si possa parlare di “BEST drinking conditions”. Voglio dire, in primo luogo stiamo parlando di un lasso di tempo incredibile e direi sconsiderato, ben 20 anni di climax/peak time, per la vita di un vino non fortificato, qualsiasi vino esso sia. In secondo luogo, cosa potrà mai rimanere della croccante freschezza del frutto di cui parlano nella degustazione, ben 27 anni dopo la vendemmia? Certo, si può argomentare che il vino a quel punto della sua vita presenterà un profilo organolettico molto complesso, decisamente terziario, ma è sempre così gratificante stappare ed assaggiare un vino ad un passo dall’abisso, dalla morte, quando è ormai già completamente fully developed e con solamente tertiary aromas (i miei e altri studenti del WSET level 3 sanno esattamente di cosa sto parlando)?


Personalmente no. Preferisco trovare un vino in equilibrio tra forza e saggezza, tra agilità e potenza, complesso ma non stanco, dal frutto evoluto ma non cotto e passito, dal tannino vellutato ma non scialbo e piatto, con un’acidità ancora giovanile.


Ho servito in passato diverse annate di Sassicaia e tanti altri vini dall’incredibile longevità. Nonostante questo, ho cercato sempre di scindere l’aspettativa di vita di vino dal momento più gratificante per il consumo (che difficilmente può durare 20 anni nello stesso modo, anche in vendemmie ideali e perfette condizioni di cantina). Ho servito vini italiani, francesi, spagnoli di oltre trent’anni, a volte quarant’anni, ma il più delle volte era un vezzo, a volte quasi una gara, da parte dei miei clienti a chi “ce lo aveva più… vecchio”. Non in miglior equilibrio, ma bensì più vecchio.


Ricapitolando, non metto in dubbio la capacità di un vino come Sassicaia 2015 (ora palesemente non pronto ma destinato a lunga vita, ben oltre i 27 anni) di attraversare in modo imperturbabile diverse decadi, come ovviamente non dubito della capacità dei degustatori di WS di poterla intuire, ma ho notevoli perplessità che il vino possa arrivare ad avere 27 annate sulle spalle ed essere ancora nel suo periodo di massimo splendore (ricordatevi: BEST).


Quando parlo di vino con amici, colleghi e studenti, sono solito dire che il vino è vivo, e credo che su questo possiamo essere tutti d’accordo. Per descrivere le fasi evolutive di un vino usiamo persino la stessa terminologia adottata per descrivere l’invecchiamento umano; giovane, maturo, vecchio, ecc...


Il vino nasce, cresce, muore. Come noi. Quando spiego ai miei studenti e amici come interpreto il momento migliore per stappare una bottiglia, porgo loro il confronto con l’essere umano, e sembra molto calzante. A vostro giudizio, prendendo una persona qualsiasi, quando è più probabile (evitiamo eccezioni inutili) che questa si trovi nelle migliori condizioni psico-fisiche, in equilibrio tra saggezza, conoscenza, forza fisica, esperienza? A dieci, trenta o sessant’anni? Sapete già la risposta. Siamo d’accordo.


Ogni vino ha una sua aspettativa di vita (dai sei mesi di un Beaujolais Nouveau al secolo e oltre dei grandi Madeira), che non significa affatto che questo si trovi in migliori condizioni con l’avanzare degli anni. Per un sommelier, è importante capire ogni vino e il momento ideale per l’apprezzamento di ogni singola bottiglia, due aspetti che non vanno confusi. Idealmente un sommelier, un cantiniere, dovrebbe essere in grado di poter far girare la cantina in modo tale da poter fare apprezzare, e magari apprezzare egli stesso, più vini possibili nel momento più fulgido della loro vita.


Nel 2009, in Scozia, ho lavorato con alcune vecchie annate di Sassicaia, tra cui la 1982. Ovvero 27 anni tondi di invecchiamento, come il nostro Sassicaia 2015 dato come best drinking time fino al 2042. Bene. Posso dirvi che, fatte ovviamente le dovute considerazioni sulla diversità delle annate, il vino era stanco. Vivo certo, ma stanco. Non ricordo un solo cliente che me ne abbia parlato in termini entusiasti, e non posso che confermare, visto che mi capitava di assaggiarlo spesso.


Quando si cercano di fare previsioni così assurdamente precise a tale distanza di tempo (perché best dal 2023 e non dal 2022? Perché 2042 sarà ancora best drinking time e il 2043 no?), si esce dalla scienza e si entra quasi nell’esoterico, nella disciplina Rasna degli aruspici. A questo punto mettiamoci ad osservare il volo degli uccelli! Guardiamo cosa accade quotidianamente alle previsioni del tempo del giorno seguente, nonostante miliardi di tecnologia satellitare. Tale presunta precisione è oltremodo speculativa, al punto da essere quasi offensiva per l’intelligenza di alcuni lettori. Sono felice di poter dire che molti dei professionisti che conosco nel mondo del vino prendono queste previsioni con il dovuto scetticismo.


Tralasciando questo esempio italiano, nel mio enoico navigare sono incappato in un wine blog di Washington State, USA (www.washingtonwineblog.com). Le recensioni e le previsioni di questo blog, scritto da un ignoto degustatore che si fregia con onore del WSET livello 2, sono a dir poco erronee sull’aspettativa di vita di alcuni vini. Ve ne riporto sotto solo una non per puntare il dito, ma solo per farvi saggiamente dubitare di quanto spesso si legge su fonti considerate autorevoli e come i punti di vista, anche tra i nomi del giornalismo enologico, siano diversi.

Bodega El Nido ‘El Nido’ 2010, Jumilla, Spain

The 2010 ‘El Nido’ is a magnificent wine by Bodega El Nido. The bouquet is intense as this comes off with gobs of stewed red fruits that connect with earthy and citrus rind tones. The heady aromatics bring you back to the glass for more delight. Once on the mouth, this impresses with a smooth texture and wonderful viscosity. Stewed strawberry, blood orange zest, damp earth and a vibrant minerality all greet you on the palate. Delicious now, this beautifully aged effort still has a long life ahead of it. Drink 2018-2035- 95”


Insomma da bere fino al 2035. Incredibile. Impossibile. Soprattutto per chi dovrebbe sapere che i vini di Jumilla sono vini caldi, alcolici, potenti, concentrati e notoriamente poveri di acidità. Nonostante tutto, questo blogger prevede per questo vino l’aspettativa di vita di un Barolo, di un grande Brunello, per un vino già ben maturo (stewed red fruits, stewed strawberry…). Dove dovrebbe andare per i prossimi venticinque anni questo vino?


Lo stesso vino, con un solo anno in più sulle spalle, quindi annata 2009, per la nota rivista Wine Enthusiast, sarebbe da consumare al massimo entro otto anni dalla vendemmia e cinque dalla degustazione (notare la data di degustazione in fondo). Una previsione che mi sento di considerare più affidabile e realistica rispetto a quanto scritto sopra dal nostro degustatore di Washington, poiché più concreta, più umile, più limitata nella previsione in sé (niente BEST 2019-2026 e simili…)


Bodegas El Nido "El Nido" 2009, Jumilla, Spain

93 Points & "Editor's Choice" - Wine Enthusiast Magazine (2009 vintage): "Dense, cool and masculine on the nose, this has aromas of prune, cola, tobacco, cheese and leather. It feels silky and soft, showing maximum ripeness and excellent balance. It tastes of ripe berry, stewed plum, spice and tobacco. Complex and classy on the finish; drink now–2017." — M.S. (11/1/2012)


Ho riportato l’esempio qui sopra non tanto per biasimare pubblicamente l’ignoto degustatore americano, che pure se lo meriterebbe, quanto per portarvi ad avere il giusto livello di diffidenza verso previsioni che tali sono e che spesso hanno poco di scientifico e molto di speculativo, specie nel caso di svariati decenni a venire.


Un’ultima osservazione. Continuo a leggere in moltissime note di degustazione tempi di attesa quasi geologici prima di poter gustare un vino al “meglio”, all’apice della propria esistenza. In alcuni casi è vero ma in molti altri casi è, di nuovo, semplice speculazione. Moltissimi vini oggi sono pronti all’uscita dalla cantina. Questi degustatori, questi giornalisti, sono informati sugli attuali trend di consumo? Sanno che la stragrande maggioranza del vino, anche atto a lungo invecchiamento, è consumata nelle successive quarantotto ore all’acquisto da parte del consumatore finale? Sanno che la popolazione nei paesi occidentali si è prevalentemente spostata in città, in soluzioni abitative che non prevedono uno spazio per la stagionatura dei cibi e la maturazione del vino in bottiglia a determinate condizioni? Sempre meno consumatori possono permettersi una cantina, per ragioni di spazi, di abitazione, d’investimento.


Tutto ciò mi porta a una personale, logica conclusione. Forse il mondo del vino, il giornalismo speculativo, la stampa eno-chic sopravvaluta alcuni vini per parametri, non dico inutili, ma quantomeno vintage, per rimanere in tema, più legati al mercato e consumo del vino passato rispetto alla realtà contemporanea, ai trend odierni?

 

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